mercoledì 15 maggio 2024

Corso di Tecniche dell'alimentazione: Lezione 1 ESSERE CONSAPEVOLI DI CIO' CHE COMPRIAMO

COLORANTI ALIMENTARI
Colorante alimentare è un qualsiasi composto chimico (organico oppure inorganico) che possa essere usato per modificare il colore di un prodotto alimentare e pertanto è classificabile come un additivo alimentare.
Alcuni coloranti sono sostanze naturali, altri sono sostanze naturali concentrate o modificate chimicamente, altri sono imitazioni di sintesi di sostanze naturali, altri sono totalmente artificiali e sono generalmente indicati con la sigla E100-E199, vedi la voce additivi alimentari.
Il colore dei cibi deriva dall'assorbimento delle diverse lunghezze d'onda luminose da parte di una o più sostanze coloranti naturali o artificiali, e la successiva riflessione o trasmissione di quelle lunghezze d'onda corrispondenti al colore che riusciamo a percepire in modo soggettivo (dal momento che la percezione del colore varia da persona a persona).
Coloranti naturali alimentari
Arancione: viene dato da vari tipi di carotene (dalla carota), utilizzati per esempio nel formaggio Cheddar.
Bianco: caratteristico del lardo animale (traslucida rifrangenza e riflessione di tutti colori), il colorito giallastro che può prendere è dovuto alla alta solubilità di coloranti come i caroteni, presenti nell'alimentazione dell'animale.
Giallo: nel giallo d'uovo viene dato da colesterolo e fosfolipidi.
Nero: nel ribes nigrum, il colore nero è dato soprattutto dal pigmento antociano.
Rosso: nel sangue è caratteristico dell'emoglobina, che possiede molti gruppi insaturi nel tetra-pirrolo, molecola portante della protoporfirina-eme, il sangue, imbibendole, dà colore anche alle carni.
Rosso: nella frutta (particolarmente nell'uva da vino rosso) è spesso associato a flavonoidi (come il resveratrolo, che si sono rivelati dei potenti antiossidanti utili contro l'arteriosclerosi).
Rosso pomodoro: il colore acceso dei pomodori più maturi, è dovuto al licopene (sostanza naturale con proprietà antiossidanti).
Verde: più spesso deriva dalla clorofilla, che può colorare anche l'olio extravergine.


ADDITIVI ALIMENTARI

Nella definizione fornita dalla Direttiva del Consiglio 89/107/CEE, per additivo alimentare si intende "qualsiasi sostanza normalmente non consumata come alimento in quanto tale e non utilizzata come ingrediente tipico degli alimenti, indipendentemente dal fatto di avere un valore nutritivo, che aggiunta intenzionalmente ai prodotti alimentari per un fine tecnologico nelle fasi di produzione, trasformazione, preparazione, trattamento, imballaggio, trasporto o immagazzinamento degli alimenti, si possa ragionevolmente presumere che diventi, essa stessa o i suoi derivati, un componente di tali alimenti, direttamente o indirettamente".
Il Regolamento (CE) n. 1333/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008, definisce inoltre le diverse tipologie, i quantitativi, l’ambito di applicazione e quant’altro serva a regolamentare con precisione l’utilizzo degli additivi alimentari, perché essi non costituiscano problemi per la sicurezza dei consumatori.

Come si riconoscono in etichetta?

Solo gli additivi autorizzati a livello europeo appaiono in etichetta attraverso una sigla numerica che inizia sempre con la “E” seguita, poi, da un numero costituito da tre cifre.
Nello specifico, vengono così numerati in base alla loro tipologia:
Coloranti (da E100 ad E199)
Conservanti (da E200 ad E299) il loro fine è quello di rallentare il deterioramento del cibo causato da: batteri, lieviti e muffe.
Antiossidanti (da E300 ad E322) evitano il processo di ossidazione nell'alimento.
Correttori di acidità (da E325 ad E385)
Addensanti, emulsionanti stabilizzanti (da E400 ad E495)
Aromatizzanti, donano agli alimenti specifici odori e sapori. La legge italiana prevede la loro indicazione in etichetta in modo generico come aromi.
Additivo impiegato in ambito alimentare
Un additivo, per essere impiegato nel settore alimentare, deve essere ammesso e inserito nell’elenco delle sostanze approvate dal Comitato Scientifico dell’Unione Europea. La possibilità di entrare nella suddetta lista è vincolata da diversi elementi: superamento della valutazione di sicurezza, prove tossicologiche, osservazione di test condotti su animali e poi su uomini. In laboratorio, sulle cavie, sono condotti test su più generazioni, dunque devono trascorrere lunghi periodi prima che una sostanza possa essere dichiarata sicura.
Additivo incluso negli elenchi della UE
Un additivo, per essere incluso nel settore alimentare deve soddisfare le condizioni di seguito riportate:
• fattori ambientali: in base ai dati scientifici disponibili sul prodotto in oggetto, il tipo d’impiego proposto non evidenza problemi di sicurezza per la salute umana;
• il suo impiego è da considerarsi una necessità tecnica;
• il suo impiego non inganna in alcun modo i consumatori.
Un additivo alimentare deve inoltre presentare vantaggi e benefici per i consumatori e dunque sarà incluso negli elenchi comunitari solo se contribuisce al raggiungimento di uno o più dei seguenti obiettivi:
• la qualità nutrizionale degli alimenti deve essere conservata;
• aumentare la capacità di conservazione di un alimento;
• aumentare la stabilità di un alimento e/o migliorarne le proprietà organolettiche, senza però alterarne la natura.
Un additivo alimentare può eventualmente ridurre la qualità nutrizionale di un alimento ed essere incluso nell’elenco comunitario solo se:
• l’alimento non rappresenta un componente importante di una dieta normale;
• l’additivo alimentare è necessario per produrre alimenti “speciali” destinati a diete particolari.
Cosa per legge è da non considerarsi additivo alimentare
• monosaccaridi, disaccaridi od oligosaccaridi e tutti gli alimenti contenenti queste
sostanze impiegate per le proprietà dolcificanti;
• gli alimenti, essiccati e concentrati, introdotti durante la fabbricazione di alimenti che
abbiano poi un effetto colorante secondario;
• le sostanze utilizzate per i materiali di copertura o di rivestimento, che non fanno parte
degli alimenti e non sono consumati con i medesimi;
• i prodotti che contengono pectina derivati dalla polpa di mela essiccata o anche dalla
scorza di agrumi o cotogni, (“pectina liquida”);
• le basi utilizzate per la gomma da masticare;
• la destrina bianca o gialla;
• l’amido arrostito o destrinizzato;
• l’amido modificato mediante trattamento acido o alcalino;
• l’amido bianchito;
• l’amido trattato con enzimi amilolitici;
• il cloruro d’ammonio;
• il plasma sanguigno;
• la gelatina alimentare;
• le proteine idrolizzate e i loro Sali;
• le proteine del latte;
• il glutine;
• gli amminoacidi e i loro sali diversi dall’acido glutammico (glicina, cisteina, cistina e i loro sali);
• i caseinati e la caseina;
• l’inulina.
Soglia massima di consumo
A seguito dei test effettuati e dei loro risultati, l’Unione Europea definisce la soglia massima di consumo di un additivo alimentare; si tratta della quantità che il corpo umano può assumere senza che si evidenzino effetti collaterali e di sorta, soprattutto senza avere problemi a livello tossicologico evidenti e dimostrabili. È stata definita “livello effetto zero”.
Dose giornaliera ammissibile
La Dga ovvero la dose giornaliera ammissibile è la quantità di un additivo che l’essere umano può introdurre ogni giorno attraverso la dieta alimentare senza avere nessun rischio per tutto l’arco della vita; essa è più bassa del “livello effetto zero”.
Si tratta di un calcolo basato su un margine di sicurezza molto ampio, per tutelare la salute del consumatore, dunque ha carattere ovviamente preventivo, considerando le differenze possibili tra i dati provenienti dai test condotti sugli animali e quelli condotti su uomini e anche le possibili differenze tra uomo e uomo.
I coloranti
La categoria funzionale dei coloranti è parte dell’elenco comunitario degli additivi alimentari.
L’uso dei coloranti rossi, in particolare, è stato più di altri oggetto di verifiche da parte dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) a seguito di uno studio condotto dall’università di Southampton in Gran Bretagna dal quale emergeva che sei coloranti - E104, E110, E124, E102, E122, E129 - potevano favorire l’iperattività nei bambini. Il risultati di tali verifiche è che le dosi di alcuni coloranti sono state ufficialmente ridotte per il loro utilizzo in ambito alimentare.
L’importanza di monitorare costantemente l’utilizzo dei coloranti rossi deriva dal fatto che si tratta di additivi presenti in moltissimi cibi e bevande, tra i quali i prodotti a base di frutta, gelatine, caramelle e dolciumi vari, molto graditi dai bambini.
Tra i coloranti anche i coloranti caramello sono sotto la lente attenta dell’Efsa: si tratta di quattro miscele di sostanze derivanti da zuccheri trattati termicamente, da qui il tipico colore “marrone” con varie sfumature. In etichetta, i coloranti caramello sono indicati con la sigla E150 seguita da lettere minuscole (a, b, c, d), ogni lettera sta ad indicare il tipo differente di reagente impiegato durante la loro produzione, ad esempio ammoniaca, solfiti ecc.
Si usano moltissimo in ambito alimentare poiché donano le sfumature marroni più o meno intense richieste in alcune bevande aromatiche (chinotti ad esempio, ma anche cole) analcoliche, per diverse tipologie di prodotti dolciari, zuppe, condimenti come aceti
balsamici, birra ecc.
Si tratta di prodotti che, secondo l’opinione degli esperti scientifici dell’Efsa, non causano modificazioni nella struttura del Dna delle cellule, ma è stata stabilita una dose minima giornaliera accettabile che è di 300 mg per kg di peso, di cui possono provenire dal caramello E150c al massimo 100 mg. È utile sapere che il superamento di tali limiti può verificarsi facilmente, con un consumo elevato e quotidiano di caramelle, dolci, bevande zuccherate, soft drink ecc.
Coadiuvante tecnologico
Qualsiasi sostanza che non è consumata come un alimento in sé, che è stata intenzionalmente utilizzata nella trasformazione di materie prime e che può causare la presenza, anche non intenzionale, di residui della suddetta sostanza: tali residui non devono assolutamente rappresentare un rischio per la salute e non devono avere effetti tecnologici sul prodotto al termine della sua produzione.
Principali definizioni in etichetta
alimento senza zuccheri aggiunti.
Si applica su quegli alimenti che nella loro composizione non hanno alcuna aggiunta di monosaccaridi o disaccaridi;
alimento a ridotto contenuto calorico.
Alimento con contenuto calorico ridotto di almeno il 30 % rispetto all’alimento analogo o originario.
edulcoranti da tavola.
Ci si riferisce alle preparazioni di edulcoranti autorizzati, i quali possono contenere altri additivi e/o ingredienti alimentari, sono destinati a alla vendita come sostituto degli zuccheri.
quantum satis.
Non è specificata una quantità numerica massima, le sostanze sono utilizzate conformemente alle buone pratiche di fabbricazione.
edulcoranti.
Sostanze che danno un sapore dolce agli alimenti
coloranti.
Sostanze che danno un colore a un alimento o ne restituiscono la colorazione originaria, in essi vi sono componenti naturali degli alimenti normalmente non consumati. Sono coloranti tutte quelle preparazioni ricavate da alimenti e materiali commestibili di origine  naturale ottenuti attraverso procedimento fisico e/o chimico che permetta l’estrazione selettiva dei pigmenti.
conservanti.
Sostanze utilizzate per prolungare la durata di conservazione degli alimenti proteggendoli dal deterioramento provocato da microorganismi e/o dalla proliferazione di microrganismi patogeni.
antiossidanti.
Anch’essi, come i conservanti, prolungano la durata di conservazione degli alimenti evitando il deterioramento provocato dall’ossidazione; un esempio di ossidazione è l’irrancidimento dei grassi.
supporti.
Si tratta di sostanze impiegate per sciogliere, diluire, disperdere, modificare fisicamente un additivo alimentare oppure un aroma, un enzima alimentare o, ancora, un nutriente aggiunti agli alimenti. Essi non ne alterano la funzione (e ovviamente non hanno effetto tecnologico). Tutto ciò serve per rendere più facile la manipolazione del prodotto alimentare.
acidificanti.
La loro peculiarità è quella di aumentare l’acidità di un prodotto alimentare e al contempo aumentano il sapore aspro.
regolatori dell’acidità.
Sostanze in grado di modificare e controllare l’acidità o l’alcalinità di un alimento.
antiagglomeranti.
Riducono la tendenza delle particelle di un prodotto alimentare ad agglomerarsi l’una all’altra.
agenti antischiumogeni.
La loro funzione è quella di impedire o comunque ridurre la formazione di schiuma.
agenti schiumogeni.
Permettono la dispersione omogenea di una fase gassosa in un liquido o solido alimentare.
agenti di carica.
Sostanze che contribuiscono ad aumentare il volume di un prodotto alimentare senza contribuire in modo significativo al suo valore energetico disponibile.
emulsionanti.
Permettono la formazione e il mantenimento di una miscela omogenea di sostanze normalmente non miscibili tra loro come ad esempio olio e acqua.
sali di fusione.
Sostanze la cui finalità è quella di disperdere le proteine del formaggio permettendo in questo modo la distribuzione omogenea dei lipidi e degli altri componenti. Molto usati nei formaggi fusi come le sottilette.
agenti di resistenza.
Sostanze che mantengono croccanti i tessuti dei frutti o della verdura in generale, permettono ad un gel di rimanere tale.
esaltatori di sapidità.
Esaltano il sapore e la fragranza di un prodotto alimentare, ad
esempio il glutammato monopodico.
agenti gelificanti.
Conferiscono consistenza ad un prodotto alimentare grazie alla
formazione di un gel.
agenti di rivestimento (inclusi gli agenti lubrificanti).
Sostanze che, quando vengono applicate alla superficie esterna di un prodotto alimentare, gli conferiscono un aspetto brillante o forniscono un rivestimento protettivo.
agenti umidificanti.
Impediscono l’essiccazione degli alimenti.
amidi modificati.
Si ottengono attraverso uno o più trattamenti chimici di amidi
alimentari.
gas d’imballaggio.
Gas differenti dall’aria introdotti in un contenitore prima, durante o dopo aver introdotto in tale contenitore un prodotto alimentare.
agenti lievitanti.
Sostanze che liberano gas aumentando il volume di un impasto o pastella.
agenti sequestranti.
Formano complessi chimici con ioni metallici.
stabilizzanti.
Rendono possibile il mantenimento dello stato fisico-chimico di un prodotto alimentare.
addensanti.
Aumentano la viscosità di un prodotto alimentare

PACKAGING

Ogni qualvolta si esce da un supermercato o da una rivendita di alimentari dopo una spesa si riportano a casa, oltre al cibo e ad acquisti di altra natura, anche i diversi imballaggi necessari al trasporto. Ma davvero tutti gli imballaggi sono necessari? E in quale misura? Come sono cambiati nel tempo, quali sono i materiali con i quali vengono confezionati e qual è il loro impatto ambientale?
Si risponderà qui a queste e ad altre domande legate a quello che oggi viene tecnicamente chiamato packaging, parola di origine anglosassone che si riferisce non solo alla parte materiale dell’imballaggio ma anche a tutto ciò che concerne agli aspetti produttivi, estetici e di marketing.
Gli imballaggi sono nati insieme alla pratica del trasporto, nella necessità di proteggere merce delicata o deperibile, alimentare e non, durante uno spostamento più o meno lungo in cui sollecitazioni varie, eventuali urti o cambi di temperatura potessero in qualche modo deteriorala, romperla e compromettere quindi poi la vendita.
Già nell’antica Roma, si usavano anfore in cotto, un materiale perfetto e igienico che permetteva il trasporto nella vasta area del Mediterraneo di alimenti molto delicati e deperibili quali ad esempio olio, frumento e vino. Prima di allora, la stessa natura aveva suggerito la necessità di una protezione all’interno di contenitori speciali: il guscio delle uova, il riccio delle castagne, la dura corazza del cocco, la spinosa protezione del fico d’india, la resistente conchiglia di cozze o di vongole, il guscio delle noci o delle mandorle, o il caldo marsupio con cui i canguri ospitano i propri cuccioli sono tutte forme “naturali” di imballaggio.
Ci sono poi voluti diversi secoli perché le scoperte dell’uomo ispirassero via via nuove tipologie di imballaggio, dalla semplice carta, al cartone, al legno, alla plastica, al polistirolo, ai fogli di alluminio ecc.
Imballaggi: definizione e legge
Per imballaggio si intende un prodotto che può essere costituito da materiali di natura diversa che ha lo scopo di contenere e proteggere le merci, le materie prime o i prodotti finiti in modo da consentirne la manipolazione e la diretta consegna al consumatore finale. A tal fine l’imballaggio dovrà essere sicuro, pratico, economico, facilmente riciclabile.
Sugli imballaggi esistono leggi e norme alle quali i produttori si devono attenere, in particolare l’ex decreto legislativo Ronchi 22/1997(art. 35, lett. a), ora art. 218 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 recante Norme in materia ambientale, in base al quale vi è stata la
precisazione di tre tipologie di packaging indipendentemente dal materiale di cui possono essere fatti.
L’imballaggio primario: si riferisce all’imballaggio della singola unità di vendita; la bottiglia di acqua, la scatola di acciughe, il flacone dell’ammorbidente, di shampoo, ecc. In sintesi, si tratta di un imballaggio destinato in modo diretto al consumatore finale.
L’imballaggio secondario: è la confezione che include un certo numero di unità di vendita. Una volta eliminato, rivelerà comunque l’imballaggio primario. Sono esempi di imballaggio secondario: il film che avvolge la confezione da 6 bottiglie di acqua, la confezione in cartoncino che avvolge le 3 scatolette di tonno, la confezione che contiene le merendine, il cartoncino che chiude le due lattine di birra ecc. In questo caso si tratta di una tipologia di imballaggio da destinarsi o al consumatore finale oppure al rivenditore.
L’imballaggio terziario: è quello che consente il trasporto di un grosso numero di unità di vendita, ad esempio il bancale o il “pallet” sul quale si impilano le confezioni di acqua, o le grandi cassette di plastica che contengono le mele sfuse. Questo genere di imballaggio non è quasi mai reso disponibile al consumatore finale poiché canalizzato solo verso l’esterno della catena di distribuzione, restando nello stoccaggio.
Materiali maggiormente usati per gli imballaggi
Cartone
Si tratta di un materiale cartaceo le cui peculiarità sono rappresentate sia dallo spessore che dalla pesantezza, normalmente formato da uno strato ondulato centrale e da due fogli piani laterali.
Prodotto inizialmente in Cina nel XV secolo, fu poi solo nel 1817 utilizzato in Europa e più specificatamente in Inghilterra per produrre le prime scatole di cartone ad uso commerciale.
Il confine e la differenza tra la carta e il cartone è per convenzione posta a 224 g/m² con uno spessore di almeno 175 mm; dal punto di vista delle proprietà meccaniche e ottiche del cartone sono racchiuse nello standard ISO 5651:1989. Esistono varie tipologie di cartone:
• Cartone piano o cartoncino
• Cartone ad onda semplice (due fogli esterni ed uno ondulato interno).
• Cartone ad onda doppia (tre fogli, di cui due esterni ed uno centrale e tra questi due fogli ondulati).
I fogli esterni possono essere composti da diverse carte:
• Kraftliner (simbolo K)
• Liner (simbolo L)
• Test (simbolo T)
• Camoscio (simbolo S)
Il foglio ondulato interno, invece, può essere:
• Semichimica (simbolo S)
• Medium (simbolo M)
• Fluting (simbolo F)
È utile sapere che per produrre una tonnellata di carta c’è bisogno di circa 15 alberi con un consumo di acqua pari a 440.000 litri, mentre per produrre la stessa quantità di carta riciclata non serve nessun albero e si consumano meno di 1900 litri di acqua. Ecco quindi che indirizzare gli acquisti verso imballaggi riciclati è un segno di sensibilizzazione nei riguardi dell’ambiente e una scelta consapevole ed etica.
Tetra Pak; un imballaggio rivoluzionario
Il Tetra Pak è un materiale molto usato come imballaggio primario per prodotti come succhi di frutta, latte pastorizzato fresco, ecc.
La sua invenzione è attribuita allo svedese Ruben Rausing. Nato nel 1895 a Helsingborg, egli si laureò in Economia e poi si trasferì negli Stati Uniti dove studiò alla Columbia University e qui convogliò i suoi interessi per un settore all’epoca pioneristico come quello degli imballaggi. Appreso quanto c’era da sapere al riguardo, fece ritorno in Svezia e lì, insieme ad un amico, fondò l’Akelund & Rausing, una ditta specializzata in imballaggi.
La sua idea era che l’imballaggio dovesse proteggere il contenuto e nello stesso tempo essere leggero, economico e rendere facile il trasporto. All’epoca il latte, uno degli alimenti più largamente diffusi e consumati al mondo, veniva unicamente trasportato all’interno di bottiglie di vetro, materiale sì igienico ma fragile, per di più pesante e non impilabile. Ecco quindi che Rausing, nel 1943, ideò un contenitore rivoluzionario: una carta speciale per contenere il latte, capace di ostacolare la sua dispersione e atta a proteggerlo dall’aria, naturale apportatrice di potenziali e pericolosi batteri, grazie anche alla presenza, all’interno, di un sottile strato di particolare plastica. In seguito, un collaboratore di Rausing propose una strana forma di imballaggio, a metà tra una piramide e un tetraedro, maneggevole, pratica e sicura dal punto di vista igienico, costituita da un materiale asettico e poco costoso.
Nel 1944 fu depositato il brevetto di Tetra Classic e nel 1950 fu fondata l’AB Tetra Pak, prima azienda al mondo per la produzione del Tetra Pak, un materiale destinato all’industria alimentare ed utilizzato, oltre che per il latte, anche per succhi di frutta, passate di verdure, tuorli di uovo pastorizzati, vino ecc. L’azienda è ancora oggi leader assoluto del settore, con più di 20.000 persone impiegate, oltre 100 miliardi di contenitori prodotti ogni anno e quasi 80 uffici commerciali disseminati sul globo.
Il contenitore Tetra Pak è costituito:
75% di carta, 20% da polietilene, 5% da alluminio.
Plastica
In commercio esistono moltissimi tipi di plastica utilizzati per contenere cibi e bevande; tra gli ultimi contenitori ad essere stati prodotti e commercializzati, quelli adatti ad essere introdotti nei forni a microonde.
Per riconoscere questi ultimi, viene utilizzato il seguente simbolo:
Costituito da tre onde stilizzate, geometricamente sovrapposte le une sulle altre; il simbolo sta quindi ad indicare che il contenitore è adatto all'uso nel forno a microonde, aggiungendovi anche alcune specifiche quali:
• NO LID = senza coperchio
• 400W = la potenza massima che si può programmare sul forno per quel tipo di contenitore.
 Tornando alla plastica è bene sapere che moltissimi contenitori prodotti con tale materiale sono riciclabili. Per verificarlo, bisogna sapere leggere i diversi simboli che vi vengono riportati: la sigla PET indica per l'appunto che si tratta da materiali riciclabili e che dunque possono essere buttati nei cassonetti riservati alla plastica. Dove invece non bisogna buttare, ad esempio, le stoviglie in plastica usa e getta, specialmente se sporche.
Di seguito si riporta uno schema dei simboli riportati sui diversi imballaggi dei prodotti disponibili sul mercato, per comprendere come riconoscere i materiali e regolarsi nella raccolta differenziata. Si tratta di simbologie denominate universalmente come International Universal Recycling Codes (Codici universali internazionali di riciclaggio).

LEGGERE LE ETICHETTE

Siamo al supermercato e con la lista della spesa in mano, decidiamo di ripristinare la nostra dispensa, intanto il carrello della spesa si riempie di svariate confezioni diverse per forma, grandezza e colore. Conosciamo esattamente ciò che stiamo acquistando, la sua composizione, l'origine ...in buona sostanza, leggiamo l'etichetta?
La risposta è molto spesso no! Leggere l'etichetta è uno strumento che il consumatore può utilizzare per conoscere tutto ciò che è contenuto in quel determinato prodotto, dunque la lista degli ingredienti, la tabella nutrizionale, i termini di scadenza, le modalità di conservazione e la provenienza del prodotto. Il suo scopo è quello di tutelare e informare l'acquirente in modo corretto e il più possibile trasparente; dal 1982 per legge l'etichetta deve riportare l'elenco degli ingredienti con nome specifico leggibile. Il governo ha poi emanato il D lgs 27/01/92 n. 109 che è il testo vigente secondo il quale devono essere riportate le seguenti indicazioni:
· Nome del prodotto
· Elenco degli ingredienti
· Quantitativo (peso netto/peso sgocciolato)
· Termini di scadenza
· Azienda produttrice
· Lotto di appartenenza
· Modalità di conservazione e eventualmente utilizzo
Al contempo un'etichetta non deve mai indurre in errore sulle caratteristiche del prodotto, sulla sua natura, origine, qualità, ecc. A questo proposito è bene considerare l'aspetto legato alle immagini utilizzate per completare la confezione e la pubblicità del prodotto venduto. Si tratta di "libere immagini", cioè di contorni "pittorici" scelti dall'azienda per richiamare l'attenzione del consumatore. E' comunque specificato in dicitura accanto alla foto che si tratta, appunto, di un'immagine che richiama il prodotto in questione, con il solo scopo di proporcelo esteticamente più interessante.
Per quanto concerne gli ingredienti, l'ordine in cui appaiono in etichetta non è assolutamente casuale ma è decrescente in relazione al peso, quindi il primo è quello quantitativamente più rappresentato e via via seguiranno gli altri. Per fare un esempio pratico: su una confezione di biscotti al miele gli ingredienti sono: farina di grano tenero, uova, miele, zucchero ovviamente sarà quantitativamente più presente il miele che lo zucchero.
Il consiglio è dunque quello di leggere molto attentamente l'etichetta e dunque tutti gli ingredienti in essa contenuti, è particolarmente importante per chi presenta problemi allergici, poiché potrà ponderare la sua scelta e conseguentemente il suo acquisto.
Il termine peso sgocciolato indica che: l'alimento solido è immerso in un liquido, quindi deve esserne indicata la quantità peso sgocciolato oltre al peso netto.
Per quanto concerne la scadenza è bene fare subito molta chiarezza. La data di scadenza è un elemento fondamentale per organizzare e controllare la nostra dispensa. Un piccolo aiuto:
· da consumarsi preferibilmente entro…; fino a quella data il prodotto garantisce le sue proprietà, ma può essere consumato anche per un breve periodo successivo alla data indicata: ad esempio per la pasta o il riso si applica questa dicitura;
· da consumarsi entro: va consumato assolutamente entro quella data e non oltre. Ad esempio per il latte, lo yogurt, i formaggi freschi.
La data può apparire:
gg/mese = per prodotti che si conservano per meno di tre mesi. Esempio latte, mozzarelle, yogurt
· mese/anno = per prodotti che si conservano per più di tre mesi ma per meno di 18 mesi. Esempio pasta all'uovo, biscotti, merendine, maionese.
· Anno = per prodotti che si conservano per almeno 18 mesi. Esempio pelati in scatola, piselli e tonno in scatola, olive in salamoia.
Se leggete un'etichetta che riporta la dicitura "gnocchi di patate"; le patate sono, effettivamente, l'ingrediente principale, mentre se la scritta riporta "gnocchi con patate": è molto probabile che al primo posto troverete farina di grano tenero, e poi le patate.
Ultimamente si dà sempre maggiore importanza alla tracciabilità e alla sicurezza alimentare ad esempio nel settore ortofrutticolo è entrata in vigore a partire dal 15/02/2003 un decreto legislativo (Dlgs/306/02) che dispone l'applicazione di una carta d'identità da applicare alla frutta e alla verdura. Si tratta di cartellini da esporre sulla merce in vendita i quali devono riportare: natura del prodotto, sua origine, varietà, categoria ecc.
Altro elemento interessante è il codice a barre (composto da un insieme di barre, lineette nere) attraverso il quale si risale alla provenienza nazionale ecco alcuni esempi: 80 Italia, 30 Francia, 57 Danimarca, 73 Svezia, 400 Germania, 76 Svizzera, 45/49 Giappone, 87 Olanda, 90 Norvegia.
Ogni confezione è fabbricata utilizzando uno specifico materiale vediamo qualche esempio: CA = cartone, AL = alluminio, PVC = polivinilcloruro, ACC = banda stagnata.
Tutte queste indicazioni sono utili per poter smaltire e differenziare correttamente i rifiuti.
Essere informati attraverso la lettura delle etichette ci permette di conoscere meglio gli alimenti che consumiamo e acquisire una maggiore consapevolezza sulla loro provenienza e tracciabilità.


CALENDARIO STAGIONALE VERDURE 

Corso di cucina: Lezione 4 Frittelle salate e fritture

CAZZILLI
cazzilli palermitani
gr. 500 patate da gnocchi
2 uova
sale
olio
prezzemolo
Alla purea di patate bollite e ben amalgamate aggiungere una manciata di prezzemolo finemente tritato con uno spicchio d’aglio, sale e pepe. Al raffreddamento si formeranno piccole crocchette cilindriche della grandezza di un dito mignolo. Si tuffano nel bianco d’uovo battuto e si friggono in abbondante olio molto caldo.

FIORI DI ZUCCA FRITTI
Acqua 275 ml
Farina 185 gr
Fiori di zucca 270 gr
Olio di semi q.b.
Sale q.b.
Immergete delicatamente i fiori di zucca in acqua fredda poi sgocciolateli e poneteli a scolare su di un panno asciutto con il quale li tamponerete delicatamente; eliminate il gambo divaricate leggermente i fiori di zucca con le dita ed estraete i pistilli carnosi posti all’interno e sulla base dei fiori stessi. Una volta puliti ponete i fiori di zucca in una ciotola. Nel frattempo preparate la pastella: mettete la farina setacciata in una capiente ciotola, aggiungete poco alla volta l’acqua mescolando con una frusta per evitare i grumi. Una volta che avrete ottenuto un composto liscio aggiungete il sale. Ponete a scaldare un’ampia padella con l’olio di semi per la frittura. A questo punto avvolgete delicatamente nella pastella i fiori, ad uno ad uno, cercando di non romperli e subito dopo immergete il fiore nell’olio bollente, girandolo durante la cottura. Appena cotti, scolate i fiori di zucca e lasciateli asciugare su un vassoio rivestito di carta assorbente. Servite i fiori di zucca fritti ben caldi.

FOCACCINE DI MAIS

farina di mais,

olio,
acqua,
sale.
Unisco la farina, l'olio, l'acqua e il sale, ottenendo un impasto denso. La cottura la eseguo in forno, con gli appositi testetti.
Le focaccine di mais (
fugassette de mega) sono diffuse su quasi tutto il territorio regionale e cambiano nome e dimensioni a seconda del luogo di produzione: fugassetta in val Petronio e dintorni, revzora in valle Stura. Anche il metodo di cottura subisce delle variazioni a seconda delle consuetudini locali: in val Petronio e levante ligure si cuociono utilizzando i testetti, tegami di argilla fatti arroventare direttamente sul fuoco, in altre zone nel forno a legna, come in valle Stura. Dopo la cottura il prodotto risulta friabile e decisamente saporito. Muta anche il companatico: se nel levante sono le erbette di campo (prebuggiùn e cavolo nero), nel ponente si prediligono i salumi come ad esempio la testa in cassetta. Quest'ultimo abbinamento viene riproposto nella sagra di primavera che si svolge a Campo Ligure (in valle Stura, Genova). Nell'entroterra del levante (Chiavari, Lavagna, Sestri) la fugassetta si degusta insieme ai cavoli broccoli di Lavagna (cavoli neri) per assaporare l'olio novello, appena franto. Nelle fugassette de mega, la farina bianca viene sostituita da quella più povera e rustica del mais che conferisce all'impasto un aspetto più grezzo e un delizioso colore dorato. Le zone di produzione sono la Val Petronio (GE), la valle Stura (GE), la val di Vara (SP).

Frittelle di baccalà

600 grammi di baccalà bagnato,
farina bianca,
olio extravergine di oliva,
lievito di birra,
due uova,
sale.
Per la pastella unite la farina bianca con l'acqua e aggiungete il lievito di birra, precedentemente sciolto in acqua tiepida, e salate. Sbattete le uova, aggiungendo la pastella e i pezzetti di baccalà, quindi friggete in olio ben caldo. Quando le frittelle sono dorate, scolatele e asciugatele per eliminare l'unto in eccesso.

FRITTELLE DI BORRAGINE
500 grammi di borragini,
50 grammi di formaggio grana grattugiato,
200 grammi di farina,
alcune foglie di maggiorana,
acqua minerale gassata,
olio extra vergine d'oliva, sale.
Lavate e strizzate la verdura, tagliatela finemente. Tritate le foglioline della maggiorana e unitele alle verdure tagliate, poi aggiungete anche il formaggio. Diluite la farina con poca acqua minerale e mescolate fino ad ottenere una pastella piuttosto liquida. Fate riposare mezz'ora, quindi aggiungetevi la verdura mescolando. Fate scaldare dell'olio abbondante in padella e quando è caldissimo, versatevi a cucchiaiate il composto. Scolate le frittelle su una carta assorbente e servitele subito.

FUGASSETTE DI SAVONA 

Panissa,

farina di semola,
olio.
Le fugassette si preparano con farina di semola fine cui si aggiunge olio e acqua, emulsionati, in uguale quantità. Lavoro con cura, aggiungendo acqua sino ad ottenere un impasto morbido. Divido l'impasto in tante parti della grandezza di un'arancia, formo dei pani e faccio riposare per un'ora. Stendo i pani fino a raggiungere l'altezza di due centimetri e cuocio in forno a 180°, per 20 minuti. Nel frattempo taglio la panissa a fette sottili come le patatine, le friggo in abbondante olio e le mantengo calde. Le focaccine si tagliano a metà e si farciscono con le panissette cui si può provare ad aggiungere una fetta di formaggetta.

GNOCCO FRITTO
Farina 500 g
Strutto 70 g
Zucchero 1 cucchiaino
Sale 10 g
Acqua 180 ml circa
Lievito di birra 12 g
per  friggere
Olio di oliva q.b. (oppure secondo la tradizione strutto q.b.)
Per preparare lo gnocco fritto, sbriciolate in una ciotola il lievito di birra, unite il cucchiaino di zucchero quindi versate 50 ml di acqua tiepida: fate sciogliere bene il lievito mescolando con un cucchiaino unite poi 2 cucchiai di farina, quanta ne serve per formare una pastella molto morbida, che lascerete riposare per mezz'ora. Passata la mezz'ora versate la restante farina in una ciotola capiente ed unite la pastella, aggiungete lo strutto, dopodiché fate sciogliere i 10 gr di sale in circa 125 ml di acqua tiepida; quando il sale si sarà disciolto versate tutta l'acqua all'interno della ciotola e cominciate a impastare. Quando il liquido sarà stato interamente incorporato alla farina, trasferite l'impasto su un piano infarinato e lavoratelo fino a quando sarà diventato liscio ed omogeneo, quindi date all'impasto una forma di palla, e incidetela a croce, e posizionatelo in una ciotola capiente che avrete precedentemente spolverizzato con una manciata di farina, sigillate la ciotola con della pellicola trasparente. Lasciate lievitare per circa 4 ore in un ambiente tiepido e privo di correnti d'aria, fino a quando l'impasto avrà circa triplicato il volume. Trascorso il tempo necessario, riprendete l'impasto e lavoratelo su un piano infarinato e stendetelo in una sfoglia dello spessore di circa 3 mm; con un tagliapasta con la lama liscia ricavate dei rombi o dei quadrati di 8-10 cm di lato. A questo punto preparate una pentola, con abbondante olio di oliva (o strutto) e fatelo riscaldare per bene. Immergete pochi gnocchi per volta nell' olio di oliva (o nello strutto bollente), fateli friggere, scolateli con una schiumarola e mettete gli gnocchi fritti ad asciugare su un pezzo di carta assorbente per eliminare l'olio in eccesso. Servite lo gnocco fritto ancora caldo accompagnandolo con un bel tagliere di salumi misti, lardo e con qualche formaggio con cui andrete a riempirli dopo averli tagliati a metà.
Lo gnocco fritto, denominazione tipica nelle province di Bologna, Modena e Reggio Emilia (luoghi in cui viene citato con l'articolo il), è un prodotto alimentare italiano tipico dell'Emilia di origine longobarda il cui nome varia da un'area all'altra.
Per esempio in gran parte della provincia di Parma viene chiamato torta fritta e nella provincia di Ferrara viene chiamato pinzino. Nella parte nord-orientale della provincia di Piacenza è comune la dizione dialettale chisulén (italianizzata in chisolino), ma anche qui è diffuso il nome parmense di torta fritta; nella parte meridionale e in Val Trebbia si ritorna alla denominazione tipica dello gnocco fritto. Nel bolognese viene chiamato più comunemente crescentina.
In alcune zone dell'appennino modenese è chiamato paste fritte (quasi sempre al plurale). Nel centro - sud Italia, in Campania e nelle zone appenniniche comprese tra l'alto Lazio, l'Umbria e una parte delle Marche viene denominato al plurale, le pizze fritte, o anche paste fritte, in quest'ultima forma specialmente nel casertano e in alcune zone del napoletano. Infine, in Sicilia nel palermitano viene preparata col nome di vastedda fritta. In provincia di Reggio Emilia lo gnocco (citato sempre con l'articolo il) è una focaccia fatta al forno con lardelli di maiale, molto diffusa. Fondamentale per tanto aggiungere l'attributo "fritto" che indica un prodotto piuttosto differente.
Dapprima viene preparato un impasto di farina di frumento, sale, strutto e lievito. Dopo la lievitazione, la pasta viene ridotta in una sfoglia alta pochi millimetri (da circa 2 a 6) e tagliata in rombi di circa 10 cm di lato, che vengono fritti secondo la tradizione in abbondante strutto bollente. Lo strutto di maiale ha un punto di fumo molto alto (ca. 230 °C). Le moderne norme di sicurezza imposte a bar, ristoranti, mense e comunità rendono difficile reperire in commercio friggitrici che superano la temperatura di 190 °C.
Dovendo calare la temperatura di frittura, almeno negli ambienti industriali e della ristorazione, si è costretti ad usare vari olii al posto dello strutto, che alla temperatura di 190 °C lascerebbe lo gnocco eccessivamente unto. Si ricorre quindi all'utilizzo di olii di semi o di palma, frazionato o bifrazionato ad una temperatura di frittura che può variare fra i 180 °C ed i 188 °C in relazione allo spessore della pasta da friggere. La pasta viene quindi fritta (normalmente circa un minuto per lato) e si gonfia formando una "pancia". Lo gnocco fritto può essere gustato dopo averlo riempito con affettati, formaggi.
Impasto della versione bolognese
Nella versione bolognese (denominata localmente "crescentina") l'impasto è composto da:
farina tipo 00 (grano tenero)
lievito istantaneo (1 bustina ogni circa 500 grammi di farina)
un pizzico di sale
latte per impastare
A volte si aggiunge anche un po' d'olio, ad esempio un paio di cucchiai per 1 o 2 kg di impasto, per far sì che durante la frittura assorba meno grasso.
Riconoscimenti
La regione Emilia-Romagna e il Ministero hanno incluso lo gnocco fritto, con la settima revisione, nell'elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T.).

LATTE BRUSCO
un litro di latte,
150 grammi di farina,
60 grammi di burro,
100 grammi di pane grattugiato,
6 uova,
mezza cipolla, un ciuffo di prezzemolo, olio evo, sale.
Tritate la cipolla con il prezzemolo e fateli rosolare nel burro a fiamma dolce per una decina di minuti, unite la farina e mescolate. Aggiungete sempre mescolando il latte e continuate così per altri 20 minuti. Ritirate la casseruola dal fuoco, aggiungete due uova intere e quattro tuorli leggermente sbattuti, tenendo da parte gli albumi. Amalgamate, salate e rimettete di nuovo sul fuoco facendo cuocere a fiamma bassa per mezz'ora sempre mescolando. Ungete un grande piatto con un po' d'olio e versate la crema di latte, stendetela con la lama di un coltello o una spatola in modo che mantenga uno spessore di circa due centimetri. Fatela raffreddare. Tagliate delle losanghe di circa 4 centimetri per lato, passatele negli albumi sbattuti, quindi nel pangrattato e friggetele in olio caldissimo. Servite subito.

PANELLE

gr.200 farina di ceci;
per friggere
lt. 2 olio di arachidi.
Fare sciogliere in ½ lt. di acqua fredda la farina di ceci con sale e pepe a mescolare bene fino alla scomparsa di eventuali grumi. Mettere il tegame a fuoco moderato e mescolando continuamente ottenere all’ebollizione un impasto denso che si stacchi dal fondo. Versare su un ripiano di marmo o su di una teglia molto bassa e larga, livellando con una spatola la polenta in uno strato regolare di non più di 3 cm. Al raffreddamento tagliare a rombi o quadri di 5 cm. di lato e friggere in abbondante olio molto caldo.

PANISSA LIGURE
g 280 farina di ceci
Sale fino g 10
Per condire
2 limoni
Olio evo
Per friggere
1 l olio di semi di arachidi
Mettete la farina di ceci in pentola. Mescolando con una frusta, versate a piccole dosi l’acqua leggermente tiepida: amalgamate bene per evitare la formazione di grumi. Salate, ponete su fuoco lento e rimestando in continuazione con un cucchiaio di legno portate a cottura per almeno un’ora. La panissa sarà cotta quando si staccherà dalle pareti della pentola. La panissa può essere servita calda, nei piatti, condita con olio, limone e pepe. Oppure: fate cuocere ancora un po’ l’impasto, finché avrà la consistenza di una soda polenta, poi rovesciatelo su un largo piatto o su un piano di marmo, distendendolo, con una spatola, in modo uniforme. Appena la panissa sarà ben raffreddata, tagliatela a grossi fiammiferi di 7-8 cm e friggeteli in abbondante olio bollente a 180 °C. Scolateli e sistemateli su carta di tipo assorbente. Serviteli caldi con un pizzico di sale e una spruzzata di succo di limone. Nel Savonese, per tradizione, da aprile a settembre, la panissa viene tagliata a fette e usata per farcire un riquadro di focaccia all’olio o pane azzimo.
La panissa è un piatto tipico della cucina ligure per il quale si usano gli stessi ingredienti della farinata di ceci, con l'esclusione però dell'olio di oliva. Si unisce la farina di ceci con l'acqua ed il sale e si mette sul fuoco, quando ha raggiunto una certa consistenza si rovescia dentro a dei piatti fondi oppure, più spesso, in appositi stampini lunghi e stretti con profilo semicircolare di 7-10 cm di diametro. Dopo che si è solidificata si taglia a fette con sezione semicircolare, si taglia a cubetti e si serve fredda o tiepida, condita con olio e limone, o si condisce con cipolla. Oppure si friggono le striscioline in abbondante olio, dando origine alle Fette, analoghe alle panelle palermitane; si servono salate da sole o, più spesso, dentro un panino speciale, a forma di piccola focaccia bianca senza crosta, rotonda, piatta e senza sale: sono le "fette con le fugassette". Il piatto ligure è totalmente diverso dall'omonimo piatto tipico della cucina piemontese. Sicuramente dovuto ai rapporti commerciali con le Americhe confluenti in Europa attraverso il porto di Cadice (Spagna), questo piatto esiste anche nella cucina della città iberica con il nome di paniza. La versione spagnola è preparata usando la farina di ceci in una percentuale variabile fino al 20% insieme alla farina di frumento per dar consistenza al tipico fritto di pesce locale. È un cibo di origine povera, ma nutriente.

PASTE CRESCIUTE

400 gr di farina
25 gr di lievito di birra
sale, pepe (facoltativo)
olio per friggere
Sciogliete, in una ciotolina, il lievito di birra con un po' d'acqua tiepida. Aggiungete un pizzico di sale, la farina e acqua tiepida, un po' alla volta, fino ad ottenere un impasto molle. Mettete la pastella a riposare, coperta da uno strofinaccio pulito, in un luogo fresco ed asciutto per circa 2 ore. Trascorso il tempo friggetela a cucchiaiate nell'olio ben caldo creando delle palline. Quando saranno cotte e ben dorate da entrambe le parti scolatele ed asciugatele sulla carta assorbente, spolverate con il sale e il pepe (se piace) e servite subito in tavola.
Le paste cresciute (pasta crisciute in napoletano) sono un prodotto tipico napoletano di friggitoria, dette anche zeppole, da non confondersi con le omonime pietanze da pasticceria.
Sono frittelle salate sferiche irregolari fatte di pastella di farina, acqua e lievito naturale. Vengono fritte in abbondante olio bollente. Si vendono nelle friggitorie tipiche di Napoli insieme ad altri prodotti caratteristici come gli scagliozzi/scuppette (fette triangolari di polenta fritte), i sciurilli (fiori di zucchini), le fette di melanzane fritte in pastella (simili alla tempura giapponese), piccoli arancini rotondi (palle di riso) e crocchè di patate.
Una variante molto apprezzata nel napoletano prevede l'aggiunta all'impasto di pezzetti di alghe di mare. Questa variante è diffusa come antipasto nei ristoranti, ma in genere non è venduta nelle friggitorie tipiche. Altre possibili aggiunte sono acciughe salate o cicenielli.

PETTOLE PUGLIESI
500 gr di farina
50 gr di lievito
12 gr di sale
300 ml di acqua tiepida
acciughe q.b.
olio per frittura q.b.
Impastate in una pentola di creta con un cucchiaio di legno la farina, il lievito, il sale e l'acqua tiepida. Lavorate per bene fino al momento in cui, seppur ancora lentamente, l'impasto si staccherà dalla pentola. Lasciate lievitare l'impasto finchè non vedrete apparire le bolle sulla superficie. Riempite una padella con un'abbondante quantità di olio e mettetelo a riscaldare sul fuoco. Con un cucchiaino bagnato di acqua, strappate dei piccoli pezzi di impasto e inseritevi all'interno un'acciuga per ognuno. Mettete le pettole a cuocere nell'olio bollente, nel quale assumeranno la forma di pallottole leggere e soffici. Le pettole devono essere belle dorate da entrambi i lati, quindi in cottura vanno girate con una pinza. Estraetele con uno stecchino dalla padella e poggiatele su della carta da cucina per far assorbire l'olio in eccesso. Servite le pettole pugliesi salate ben calde e croccanti. Le pèttole (pèttëlë a Foggia, nel Tarantino e nel Materano, scorpelle a San Severo, pèttuli nel Brindisino, pìttule nel Leccese, pèttule nel Potentino) sono pallottole di pasta lievitata molto morbida fritte nell'olio bollente, tipiche delle regioni Puglia e Basilicata. A Foggia è usanza preparare l'impasto per le pettole dal primo mattino del 24 dicembre per friggerle e consumarle ancora calde verso mezzogiorno come "spuntino" in attesa del cenone della vigilia. Come variante c'è l'aggiunta di alici sott'olio (prima della frittura) o la preparazione di vere e proprie pizzette fritte da condire con pomodoro, basilico e pecorino. Alcune famiglie ripropongono le pettole la mattina del 31 dicembre. A Monte Sant'Angelo nell'impasto si aggiungono anche delle patate lesse affinché la pettola risulti essere più morbida. A Brindisi, tradizione vuole che le pettole vengano preparate il 7 dicembre, ovvero il giorno della vigilia dell'Immacolata Concezione, per poi essere riproposte nel periodo natalizio. In molte altre località, la data di inizio della preparazione delle pettole è invece la festa dell'Immacolata Concezione, l'8 dicembre, infatti nel Salento tarantino e precisamente a Lizzano, c'è un proverbio che dice: Ti la Mmaculata la prima ffrizzulata, ti la Cannilora l'ultima frizzola, cioè: Nel giorno dell'Immacolata, la prima preparazione di pettole, nel giorno della Candelora, l'ultima. Nella zona leccese del Salento la prima frittura avviene l'11 novembre, giorno in cui si celebrano San Martino e, secondo la tradizione, la fine del periodo di fermentazione del mosto che coincide quindi con l`arrivo sulle mense del vino nuovo o novello. È costume ancora molto praticato tra i leccesi, per l'occasione, festeggiare Santu Martinu ritrovandosi tra amici e parenti, preferibilmente nelle tipiche abitazioni di campagna normalmente preposte alla villeggiatura estiva. L`usanza locale prevede il consumo, oltre che delle pittule e del vino novello, anche di carni arrostite alla brace, particolarmente di cavallo e di maiale. Nell'area di Taranto si preparano nel giorno in cui si festeggia Santa Cecilia, il 22 novembre, e a seguire durante le festività natalizie. In alcuni comuni del sud-est barese, come Rutigliano è consuetudine prepararle il giorno di Santa Caterina, il 23 novembre. Si usa ancora prepararle recitando preghiere. Questo piatto è noto a Gallipoli a partire dal 15 ottobre giorno in cui si festeggia Santa Teresa d'Avila che introduce nella stessa città il periodo natalizio. Possono essere rustiche o dolci, semplici o ripiene, e spesso vengono usate in sostituzione del pane, oppure come antipasto. In tutte le varianti, si realizzano utilizzando farina, patata, lievito di birra, acqua e sale, ma ne esiste anche una versione più semplice che non prevede l'utilizzo della patata e comunque la pasta deve risultare piuttosto fluida per poterla versare nell'olio senza fare un panetto solido destinato ad inzupparsi di olio. La forma può essere quella della "pallottola" oppure di una ciambella, come è tradizione a Ferrandina, Bernalda, Salandra e Pomarico. La ricetta tipica usata a Taranto è quella che le vede cosparse di zucchero, ma anche di sale. In altre zone della Regione è possibile degustarle ricoperte di vincotto o vincotto di fichi o miele, ma volendo si possono riempire con piccoli pezzi di baccalà lessato o di alice salata, oppure con un broccoletto di cavolo cotto a metà.

SCAGLIOZZI PUGLIESI
1500 g di acqua
380 grammi farina di mais (polenta)
120 grammi di ciccioli di maiale
120 grammi di pecorino romano a dadini
2 cucchiai di olio evo
1 cucchiaio di sale fino,
pepe
olio di semi di girasole (per friggere)
In una pentola mettere l’acqua, la polenta il sale e l’olio e cuocere a fuoco medio fino al completo assorbimento dell’acqua, girando continuamente con un cucchiaio di legno. Quando la polenta è pronta, spegnere il fuoco e aggiungere il pepe, i ciccioli di maiali e il pecorino romano tagliati a dadini; girare per qualche minuto. Trasferire la polenta ottenuta su un tagliere rotondo e aiutandosi con una spatola stenderla nello spessore di circa 1,5 cm. Lasciarla riposare per almeno un paio di ore finchè non diventa compatta. Portare a temperatura l’olio in una padella antiaderente, nel frattempo ricavare gli scagliozzi in questo modo, tagliare a metà la polenta, poi ancora a metà, finchè non avrete ottenuto 16 triangoli. Quando l’olio ha raggiunto la temperatura giusta, friggere gli scagliozzi fino a completa doratura, metterli su carta assorbente per eliminare l’olio in eccesso. Trasferiteli su un vassoio da polenta e aggiungere il sale e il pepe. Servire belli caldi. Gli scagliozzi sono un prodotto tipico di cucina foggiana da friggitoria anche presente nella cucina napoletana e quella toscana e barese. Sono fette di polenta, la quale generalmente viene lasciata a seccare qualche giorno dopo la preparazione per perdere un po' del suo contenuto d'acqua e poter essere fritta senza sciogliersi nell'olio bollente, tagliate a forma di piccoli triangoli, fritte in abbondante olio bollente e salate. Si vendono nelle friggitorie tipiche di Foggia. A Bari è invece tradizione trovare questa preparazione in bancarelle allestite nel centro storico, in particolare nei giorni di festa.

SCHITA
La schita è una frittella composta da acqua, farina e strutto tipica dell'Oltrepò Pavese.
Si prende una biella (ciotola), si mette un po’ di farina, un pizzico di sale e si “bagna” il tutto con l’acqua. Poi si frigge in una padella, versando il preparato fino a stenderlo in modo omogeneo su tutta la superficie. Dopo qualche minuto si gira, si attende finché è ben dorata ed è pronta per essere servita. Tipica dell'Oltrepò Pavese (dove viene anche chiamata schita d’ra nona, “la schita della nonna”) è conosciuta anche come farsùla o paradèla. In base alla tradizione, una volta fritta, viene mangiata senza nessun'altra aggiunta. Tuttavia oggi ci sono diverse versioni: dolce (aggiungendo un pizzico di zucchero oppure anche una goccia di miele) e salata. Si può accompagnare anche ai salumi locali.
100 g farina,
50 g acqua tiepida,
10 g latte,
10 g sale,
strutto per friggere
E' una ricetta povera delle terre dell'Oltrepò pavese. Unisci alla farina il latte e l'acqua tiepida a filo, mescolando in modo da non avere grumi. la consistenza dev'essere di un liquido denso (appena più denso della crepe), se la farina assorbe troppa acqua aggiungine ancora un po'. Fai scaldare lo strutto in una padella sufficientemente larga e versaci l'impasto. Se aumenti le dosi versalo con un mestolo. Aggiungere sale.

SCUGNIZZIELLI
250 gr di polenta
100 grammi di ciccioli
sale, pepe
olio (per friggere)
Preparare la polenta. Nel frattempo prendere i ciccioli, cioè grasso del maiale lavorato, tagliateli a pezzettini molto piccoli ed andate ad incorporali nella polenta ancora calda. Stendere la polenta e farla raffreddare. Con un coltello affilato ricavate dei triangoli. Friggere in padella con l’olio di semi bollente finchè non saranno ben dorati su ambo le parti, scolate su carta assorbente da cucina.
Gli scugnizzielli sono un antipasto tipico napoletano. Consiste in strisce di pasta da pizza, fritte e servite come antipasto con pomodori tagliati a tocchetti, oppure salsa di pomodoro, olio extravergine di oliva, sale e pepe. Esiste anche la variante dolce. Si tratta di una variante delle pastacresciute, con l'aggiunta del condimento.

TIRTLEN

200 g di farina bianca
200 g di farina di segale
1/8 l di latte tiepido
1 uovo
400 g di spinaci
200 g di ricotta fresca
cipolla, noce moscata, sale.
Impastare i vari ingredienti e lasciar riposare la pasta per una mezz'ora. Con la pasta tirata sottile formare quindi dei dischi di circa 10 centimetri di diametro. Riempirli con gli spinaci, richiudere bene con un altro disco e friggere in olio bollente.